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L'Arco di Augusto

L’Arco di Augusto, assieme al ponte di Tiberio, costituisce uno dei simboli in cui si riconosce la città di Rimini.

Alto più di 17 metri e largo quasi 15 metri, questo monumento maestoso è l’arco più antico fra quelli ancora conservati nell’Italia settentrionale.

Eretto nel 27 a. C. dal del Senato Romano per celebrare il restauro delle maggiori strade consolari, l’Arco di Augusto è, in un certo senso, speculare al ponte Milvio a Roma da cui la via Flaminia parte congiungendo la capitale con Ariminum, cioè con gli stremi territori del nord.

Per questo motivo, oltre che per la sua maestosità, è stato considerato per molto tempo un arco trionfale come l’Arco di Costantino o l’Arco di Tito a Roma; in realtà non si tratta di un arco onorario, bensì di una vera e propria porta monumentale della città.

Quando infatti nel 1937 L’Arco venne isolato si scoprì che era inserito nella vecchia cinta muraria di epoca imperiale, come dimostrano i blocchi murari di pietra arenaria visibili ai piedi dello stesso, e che era protetto da due torri a pianta quadrata di cui restano le fondamenta.

Molto probabilmente questo arco sostituì una preesistene porta urbica, la porta romana, la porta est, uno degli antichi accessi della città, da cui partiva il decumano massimo che di fatto congiungeva la via Flaminia con la via Emilia.

La grandezza dell’edificio si associa eleganza della sua architettura e alla completa simbologia che sintetizza l’essenza stessa dell’Impero Romano. Costruito in pietra d’Istria, l’Arco di Augusto è costituito da un unico immenso fornice – 8,84 metri di luce libera – che poggia su due basamenti da cui partono i piloni veri e propri, arricchiti da due semicolonne di ordine corinzio con il fusto scanalato.

Le semicolonne terminano con due deliziosi capitelli corinzi ancora oggi perfettamente conservati.

La sommità del fornice è sormontata da un timpano triangolare la cui decorazione architettonica venne in seguito ripresa anche nelle mensole che delimitano la balaustra del Ponte di Tiberio.

Sui pennacchi a fianco dei capitelli sono posti quattro clipei, due per ogni lato dell’Arco, con delle immagini che simboleggiano l’importanza di questa città nel contesto dell’Impero e indicano la protezione delle divinità verso la colonia.

La sommità del timpano sembra quasi indicare l’iscrizione epigrafa, le cui lettere erano originariamente rivestite  in bronzo dorato, ad aumentare l’impatto scenico che il monumento doveva evidenziare agli occhi della gente. Ma soprattutto indicava, sulla sommità della struttura, la statua marmorea dell’Imperatore che guida una quadriga, oggi andata perduta ma tramandataci da Cassio Dione in maniera puntuale.

















Se oggi possiamo ammirarlo in tutto il suo splendore e continuare a rendere onore al genio architettonico dei romani, lo dobbiamo anche alla lungimiranza di Willy Trageser, il maresciallo tedesco che la notte del 20 settembre 1944 decise che sarebbe stato un gesto inutile abbattere un monumento storico così importante, visto che l’Arco era isolato e la sua distruzione non avrebbe ostacolato in alcun modo l’avanzata degli alleati.

Oggi che ha perso la sua originaria connotazione urbana, legato alle sue mura, in difesa della città, di fronte al corso di uno dei due fiumi che costeggiavano Ariminum, l’Ausa, ed al suo ponte romano, oggi purtroppo andato perduto, la “porta aurea”, sembra un vecchia pensionata, non più in attività, ma che continua a narraci l’affascinante storia della nostra città di cui è stata, per oltre due secoli, una così maestosa ed imponente testimone.



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